giovedì 16 ottobre 2014

Savona, due pescatori, due marò e un antico codice indiano

Lo scorso 30 settembre, sul sito de Il Fatto Quotidiano, nel blog di Carlo Pizzati, scrittore e docente di teoria della comunicazione, è apparso un post intitolato I due marò e quei “barbari indiani”, che qui di seguito viene interamente proposto. Va da sé che l’argomento del post riguarda la ben nota vicenda dei due “marò” italiani che nel febbraio 2012 hanno ucciso due pescatori indiani, avendoli scambiati per “pirati” all’attacco della petroliera italiana sulla quale i due militari prestavano servizio proprio in funzione anti-pirateria. Fino ad oggi i due “marò”, uno dei quali è tuttora trattenuto in India, non sono ancora stati sottoposti a giudizio dalla magistratura indiana.

Ha scritto Carlo Pizzati:

I due marò e quei ‘barbari indiani’     
In questi giorni una esponente di Fratelli d’Italia-An ha criticato il Festival del Cibo di Strada di Cesena per aver invitato tra i suoi stand gastronomici anche l’India, paese, a suo dire, “da colpire” per il trattamento riservato ai marò.
Quest’estate il sindaco ed europarlamentare leghista di Borgosesia (Vercelli) ha stabilito che i cittadini indiani residenti nella sua cittadina non avrebbero potuto accedere alle sovvenzioni comunali senza prima sottoscrivere una dichiarazione di condanna dell’atteggiamento del Governo di Delhi sulla vicenda dei marò. “I cittadini indiani che vorranno fare ricorso alle sovvenzioni previste per i residenti in Italia dovranno anche fare richiesta, nella stessa dichiarazione, della liberazione dei marinai italiani.”
In primavera, un politico lombardo ha imposto il divieto di girare a Lecco alcune riprese di un film bollywoodiano, anche se pare che la produzione avesse già deciso di andarsene altrove. A febbraio, il concorso di bellezza riservato a ragazze italo-indiane “Miss India Italy” previsto a Bari, è stato “rimandato in data da definire”. A gennaio il sindaco di Arzignano (Vi), dove la comunità indiana è di quasi 1500 persone, ha rifiutato l’invito di partecipare alla festa della Repubblica Indiana al Consolato di Milano, in sostegno ai due militari. Pure all’Expò di Milano, Forza Italia e Fratelli d’Italia avevano tentato di boicottare lo stand indiano, ma con italica armonia non erano riusciti a raggiungere il quorum. Questa invece è una frase che ho sentito in un ristorante romano dalla voce di un gallerista d’arte: “E questi stupratori sarebbero quelli che devono giudicare i nostri marò?” Uno status update di “Salviamo i nostri Marò -Comunità Facebook” proclama invece: “Ricordiamo i nostri marò, da tempo immemore prigionieri dei barbari indiani.”
Questi non sono sfoghi o episodi così rari nei luoghi pubblici, sui social network, nelle bettole dello sproloquio viscerale che si dipana spesso tra commenti sempre più esaltati e ignoranti.
Dall’inizio della crisi dei marò ad oggi, non dai primi mesi in cui il caso annegava nella noncuranza, ma da quando s’è capito che il processo non solo non si risolveva in fretta, ma non accennava proprio a iniziare, è nata una nuova categoria di arrabbiati: quelli che cercano di interpretare ogni notizia in arrivo dall’India per dimostrare quanto ingiusto sia il trattamento subito dai due fucilieri di marina italiani. E quelli che pensano che penalizzando o mettendo pressione sui cittadini indiani che vivono in Italia possa aiutare in qualche modo a far sì che l’esecutivo faccia pressioni sul sistema giudiziario indiano.
È indubbio che il trattamento sia irrispettoso di un giusto processo e che il pasticcio sia grave e che a farne le spese siano i diritti dei due marò. Ma serve davvero abbrutirsi e incaponirsi contro i cittadini indiani residenti in Italia? Serve denigrare un intero paese e i suoi abitanti a causa del suo sistema giudiziario?

Chi segue questo blog sa bene che molto raramente i post che pubblico trattano argomenti “politici” in modo diretto ed immediato. Ma in questo caso ritengo necessario fare un’eccezione, anche perché la querelle ha toccato da vicino perfino il territorio savonese.

Carlo Pizzati cita il caso del sindaco di Borgosesia, ed altri episodi simili di discriminazione, di opportunismo politico, di più o meno dichiarato razzismo e xenofobia. Ma, nel suo piccolo, anche Savona ha dato il suo contributo: Angelo Vaccarezza, in quei giorni ancora presidente della provincia di Savona (ma non sono state sciolte?), invitato a partecipare all’importante festività hindu del Ganesh Chaturthi (31 agosto) presso il monastero Ashram Gitananda di Altare, uno dei più grandi centri di pratica dello yoga in Europa e punto di riferimento per gli tutti gli induisti in Italia, ha preferito declinare l’invito, affermando: “condividere questa giornata con l’ambasciatore dell’India a Roma, rappresentante di una nazione che da più di due anni tiene in ostaggio i nostri due marò del reggimento San Marco mi costringe, per ragioni di rispetto all’evento ed ai fedeli, di non prendervi parte”. E poi: “Un’assenza indotta dalla volontà di non creare alcun disturbo alla liturgia della festa, cosa che sicuramente accadrebbe se intervenissi visto che non potrei sottrarmi dall’obbligo di esprimere profonda indignazione, prima come italiano e poi come rappresentante di un’istituzione, nei confronti di un Paese indifferente alla sorte di due militari italiani prigionieri senza alcun diritto”.

La festività di Ganesh Chaturti ad Altare
Personalmente, non posso che condividere pienamente quanto Carlo Pizzati ha scritto. Poi, le affermazioni del sig. Vaccarezza non fanno che rafforzare la mia opinione ed il mio sentire: le domande retoriche che chiudono il post di Pizzati (serve abbrutirsi e incaponirsi contro gli Indiani in Italia? serve denigrare l’India e gli Indiani tutti a causa del loro sistema giudiziario?) non possono che ricevere una risposta negativa. No, non serve. Perché “incaponirsi contro gli Indiani” non fa che abbrutire ulteriormente noi stessi. Serve solo ad approfondire la frammentazione che già ora avvelena i rapporti umani in questa società. Non fa che creare ulteriori sofferenze, a partire dalle sofferenze materiali, morali e spirituali già presenti.

Non intendo entrare nel merito di quanto avvenuto nel 2012 nelle acque...indiane? internazionali?, non ho né i dati nè le competenze per  formarmi un’opinione precisa sulle cause che portarono due militari professionisti a confondere dei pescatori con dei pericolosi pirati. Evidentemente, le moltissime persone, politici, giornalisti, bloggers, opinion makers, cittadini comuni, che continuano ad esternare il loro pensiero hanno a disposizione tali strumenti, e le loro idee sono certo fondate su dati di fatto e non sono condizionate da pregiudizi né manipolate con finalità di vario genere… Nemmeno intendo disquisire sul sistema giudiziario indiano, sulle sue lungaggini procedurali, né sui problemi politici dell’India che influiscono sulla vicenda. Non li conosco. Punto.

Mi rifaccio solo a quanto scrive Carlo Pizzati a proposito dell’ondata anti-indiana che percorre l’Italia, e lo faccio a partire dalle parole di un grande filosofo, Ludwig Wittgenstein: “Chi non è certo di nessun dato di fatto, non può neanche esser sicuro del senso delle sue parole”.
E un dato di fatto certo è la civiltà della valle dell’Indo. Definire gli Indiani come “barbari”, presumo nel senso di popolo privo di cultura, di storia, si scontra con la realtà dei fatti.

Dejà vu...
Un solo esempio, più che sufficiente, e proprio nel campo delle leggi, del diritto: il Libro delle Leggi di Manu, il Manu-smrti o Manavadharmashastra, un codice attribuito al mitico Manu, il primo uomo, figlio di Brahma e fondatore dell’ordine sociale. Si tratta di un testo (disponibile anche nella traduzione italiana) diviso in 12 libri, elaborato in un periodo compreso tra il II sec. a.C. e il II d.C., che espone i diritti e i doveri di tutti i varna, le cosiddette “caste” (non a caso termine portoghese di origine coloniale), per tutti i quattro stadi della vita degli individui, dallo studente al padre di famiglia, al “ritirato nella foresta”, al rinunziante. Nel Codice di Manu si trovano miti cosmogonici ed una esposizione delle età dell’universo, i quattro yuga, con la storia del decadimento dall’originaria età dell’oro al progressivo avanzare dei vizi e delle sofferenze fino all’era attuale, il kali-yuga, dominata dall’interesse materiale, dalla ricerca del potere, dalla violenza. Temi, come si vede, di estrema attualità, anche nel progredito Occidente.

L’origine del testo di Manu è da ricercarsi in manuali ancora più antichi, risalenti al I millennio a.C., compilati dapprima con lo scopo di educare i discepoli delle scuole vediche, e successivamente riconosciuti come fonte di norme valide per tutti, rappresentando così, come ha scritto lo studioso R. Pal, “la summa delle condizioni della coesistenza sociale, in riferimento all’attività della comunità e dell’individuo”. Proprio quella coesistenza sociale, quell’armonia nelle persone e tra le persone, che i pensieri, le parole e le azioni dei nuovi razzisti, più o meno consapevoli, stanno mandando velocemente in frantumi.

 Il solo fatto di trovarsi di fronte ad un’opera di tale portata (come d’altra parte lo sono la Legge Mosaica, il Codice di Hammurabi o il Corpus Iuris Civilis) dovrebbe semplicemente tacitare, in quanto dato di fatto incontrovertibile, coloro che parlano di “barbari indiani”, ed anzi dovrebbe diventare una buona occasione per aprire la mente, per osservare le motivazioni profonde dei propri atteggiamenti e per cercare di porre rimedio alle sofferenze provocate (a sé e agli altri) dall’ignoranza, dal pregiudizio, dai condizionamenti che ci fanno osservare il mondo attraverso una cannuccia di paglia e ci fanno credere che la pozzanghera in cui sguazziamo, e che forse si prosciugherà presto, sia l’intero oceano.
Ma tant’è…



Per chi volesse approfondire:

W. Doniger, Le Leggi di Manu, Ed. Adelphi
F. Squarcini, Il Trattato di Manu sulla Norma, Ed. Einaudi
Stutley, Dizionario dell’induismo, Ed. Ubaldini
AA.VV., La civiltà indiana, Ed. UTET

Per il post di Carlo Pizzati:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/30/i-due-maro-e-quei-barbari-indiani/1138308/
Per le dichiarazioni di Angelo Vaccarezza:
http://www.ivg.it/2014/08/festa-di-ganesha-ad-altare-vaccarezza-declina-linvito-sono-indignato-per-la-sorte-dei-due-maro/, nonché gli articoli pubblicati sui quotidiani a fine agosto.
Sul Ganesh Chaturti presso il Gitananda Ashram di Altare:
http://www.hindu-temple.net/fotogallery-festivita/
http://www.stpauls.it/jesus06/0610je/0610je44.htm





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