Quale ulteriore
strumento di lettura e meditazione per questo momento di crisi e
trasformazione, pubblichiamo un’intervista rilasciata dal cardinale Angelo Scola,
arcivescovo di Milano, al giornalista Matteo
Matzuzzi. Il testo è stato pubblicato con il titolo “La tragedia di un Dio diventato utopia” sul quotidiano Il Foglio del 4 agosto.
A partire dal tema
ineludibile del fondamentalismo religioso, Scola tocca argomenti centrali della
concreta esistenza umana, non solo per i cristiani: la morte, il senso
dell’esistenza, la separazione tra fede e vita, le mistificazioni delle
ideologie.
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Padre Jacques Hamel |
“La tremenda uccisione di padre Jacques Hamel significa che il
martirio del sangue è ritornato in Europa, e questo è un fatto su cui è
necessario riflettere in profondità da parte di tutti, a cominciare da noi
cristiani”. Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, parte dall’ultima
di quelle “tragedie terribili e insopportabili” per riflettere con il Foglio
sul rapporto tra le religioni, l’occidente travagliato, la chiesa in Europa che
pare assopita e il ruolo della fede nel contesto attuale. Sullo sfondo ci sono
gli ottanta e più morti di Nizza e gli attentati in Germania, fino al
sacrificio dell’anziano sacerdote di Rouen. Non sarà una guerra di religione,
non c’è uno scontro tra fedi che si contrappongono coltello in mano, ma “il
problema delle derive violente del fondamentalismo religioso va ben
interpretato”, sostiene Scola. “La mia tesi è che quando l’ideologia (di
qualunque origine essa sia) ‘parassita’ la religione presto o tardi,
inevitabilmente, si assiste a una deriva radicale dell’esperienza religiosa.
Questa può raggiungere gli estremi del terrorismo, ma anche quelli di uno
svuotamento interiore della religione, che annulla la sua costitutiva e
universale apertura alla totalità del reale. La religione diventa così uno
strumento in mano ai poteri dominanti. Si capisce molto bene l’affermazione del
Santo Padre ed è del tutto condivisibile. Nella mia esperienza con la
Fondazione Oasis, incontrando musulmani di tutto il mondo, ho constatato di
persona un equivoco molto diffuso. Quello di pensare che, a partire dal peso
straordinario che ha il Corano e dal problema delicatissimo della sua
interpretazione, l’islam sia una sorta di coperta che tiene dentro tutto. Invece
ci sono molti islam. Ben inteso, questo non significa ridurre l’urgenza di
interpretare i fondamentalismi religiosi violenti. E non aiuta a compiere
questo lavoro mettere la sordina alla potenza del cristianesimo, fenomeno a cui
da qualche decennio purtroppo assistiamo in Europa. C’è una frase di Balthasar
che mi colpisce sempre: ‘In tutte le epoche si cerca di ridurre il
cristianesimo in modo tale che la ferita che Cristo ha inferto alla storia si
possa chiudere. Non è possibile, continuerà a suppurare’. Possiamo dire che
oggi in Europa l’impossibile impegno a chiudere la ferita è particolarmente
perseguito. Anche, purtroppo, con molta colpa dei cristiani”.
Scola ritiene che si debba rinnovare la pratica della vita
cristiana. “Diventa fondamentale, anche dal punto di vista delle nostre chiese
in Italia, sviluppare la coscienza della pertinenza della fede all’esistenza di
tutti i giorni, della sua capacità di ospitare tutta la realtà. E’ importante,
per esempio, essere presenti negli ambienti, non intesi solo come luoghi, ma
come generatori di mentalità. E’ importante il lavoro della parrocchia, ma non
basta la Chiesa del ‘campanile’ o del ‘campanello’. Qualcosa mi sembra si stia
muovendo in questo senso. E’ un inizio di cammino, ma c’è. E’ un segno. La situazione
di grande travaglio – che durerà – non ci fa perdere la speranza”.
Quanto all’idea che le religioni sarebbero sempre fonti di pace
e la responsabilità della loro trasformazione in fattore di guerra ricadrebbe
sui politici o sul capitale “è una tesi che non regge sempre”, dice il
cardinale. “Di sicuro resta il tema del parassitismo, ma io parlo
dell’ideologia e non della politica, e ne parlo nel senso marxiano della
parola, cioè di un modo di dire le cose coprendo la loro radice, quindi di
un’impostura in ultima analisi. Che poi diventa utopia.
Quando il pregiudizio investe gruppi sempre più larghi e si
cristallizza, diventa ideologia e quasi sempre l’ideologia diventa utopia. Non
è vero – sottolinea – che la colpa è sempre della politica. Qui si apre la
questione del potere. Non si regge una società senza potere, e la politica deve
gestire il potere. Il punto è comprendere quale considerazione il potere debba
avere dell’umano. Cosa mi aspetto dall’altro? Che natura vuole avere la mia
relazione con tutta la realtà in questa fase storica? Forse ci può aiutare
proporre una distinzione. Il potere – osserva – deve trovare la sua sorgente
nella potestas, nel senso di autentica autorità. La potestas, che è quella che
Gesù ci ha mostrato sulla croce pagando al posto nostro, è quella di padre
Jacques, dei monaci di Tibhirine. Penso alla frase straordinaria che disse il
priore al monaco spaventato di fronte al rischio di essere assassinato: ‘Tu la
tua vita l’hai già data entrando qui’. Il cristiano, colui che è rinato
immergendosi nella morte e risurrezione di Gesù nel battesimo, non può non
mettere in preventivo questa situazione di martirio. Certo, non si può dire
senza tremore, ma la mia vita l’ho già data se sono cristiano”.
In questo senso, dice il cardinale Angelo Scola, “è urgente
recuperare tutti i contenuti specifici dell’esperienza cristiana. Pensiamo, ad
esempio, a tutti i misteri della vita eterna – cioè morte e giudizio e inferno
e paradiso – che si concentrano in Cristo morto e definitivamente risorto. Il
fatto che noi veniamo al mondo per non finire più è determinante. Cristo è
l’eterno che entra nel tempo e rende il tempo un segno dell’eterno. Queste cose
bisogna ricominciare a viverle e quindi a dirle. Non come affermazioni
teoriche, ma come descrizione del contenuto più profondo e quotidiano
dell’esistenza cristiana. E poi, per quanto riguarda la costruzione sociale, io
insisto nel dire che non esiste da una parte la mia esperienza di fede e
dall’altra le sue conseguenze, bensì esistono delle implicazioni della fede.
Faccio un esempio sapendo di non essere politicamente corretto. Ho spesso
ripetuto ai giovani che la fatica che si fa a pensare la differenza sessuale,
l’insuperabilità della differenza sessuale, scaturisce dal fatto che non si
pensa più la Trinità. Il tema della differenza come originaria e buona è stato
introdotto in occidente per pensare la Trinità. Un genio come Romano Guardini
diceva che per imparare a costruire una società civile adeguata si dovrebbe
guardare alla Trinità. In essa, infatti, troviamo la pienezza della comunione
(l’identità di natura) assieme all’assolutamente insuperabile singolarità di
ogni persona (la differenza delle persone). San Tommaso diceva che nella
Trinità c’è il massimo della differenza, ma è una differenza che vive
nell’unità della sostanza. E questo, senz’altro, può aiutarci molto a pensare
cosa sia la società, superando individualismi e collettivismi di vecchio
stampo. Noi cristiani dovremmo mostrare di più questo nesso”. Alla fine, “lo
scandalo della modernità si concentra qui: come può, diceva Lessing, una realtà
storica particolare – Gesù Cristo – essere il senso di tutto? Chi ci farà
superare quest’orribile fossato che da più di duemila anni ci separa da Cristo?
La società civile avrebbe molto da imparare da come la Chiesa vive la sua
sinodalità, fatta di universale e di particolare, ultimamente radicata nel
Collegio dei successori degli apostoli con Pietro e sotto Pietro. Penso – dice
l’arcivescovo di Milano – che in Italia (ma non solo) è viva una dialettica tra
il ridurre la fede a una religione civile (tesi che io capisco soprattutto per
i non credenti) e dall’altra parte il ridurla a un puro annuncio della croce,
alieno all’umana esperienza (una posizione che io chiamo di ‘cripto diaspora’).
Per uscire da queste due visioni dominanti ma limitate, bisogna battere la via
del crinale, che è la via dell’implicazione: far vedere il nesso tra i misteri
vissuti della fede (la Trinità, l’incarnazione e la redenzione, il dono dello
Spirito, il mistero della Chiesa…), che si documentano nell’umanissima
(universale) esperienza cristiana, e la realtà concreta, cioè la trama di
circostanze, relazioni e situazioni che costituisce l’umana esistenza. Gesù è
venuto, dice sant’Agostino, per essere via alla verità e alla vita”.
Eppure, paradossalmente, Nizza, Rouen, e la sequela di stragismo
fondamentalista, “possono essere l’inizio di un risveglio sia per l’Europa, sia
per la nostra coscienza. Dobbiamo leggere tutto questo all’interno del disegno
di Dio e comunicare la fondatezza di questa lettura a tutti gli uomini. Io
parlo di ‘provocazione’ nel senso che la verità è qualcuno che mi viene
incontro e mi chiama. Dobbiamo fare di tutto, dinanzi a queste tragedie per non
lasciar cadere questa provocazione.
Sullo scenario della storia c’è la libertà di Dio, la libertà
dell’uomo e la libertà del maligno. Le tre si intrecciano, anche se non tutte e
tre hanno lo stesso peso ovviamente. Gesù ha risolto l’enigma dell’uomo
vincendo il male, ma bisogna che ognuno di noi aggiunga nella sua persona ciò
che manca ai patimenti di Cristo E cosa manca? Il proprio sì, l’accoglienza del
dono della misericordia. Questo puoi farlo solo tu”.
Guardando al martirio di padre Hamel, al cardinale Scola viene
in mente la citazione con cui l’arcivescovo di Parigi, il cardinale André
VingtTrois, ha iniziato la sua omelia a ricordo del prete assassinato. “Ha
citato Geremia quando rivolgendosi a Dio dice ‘Tu sei diventato per me un
torrente infido, dalle acque incostanti?’. Come a chiedere, ‘Sei un’ombra o sei
veramente tra noi?’. Dal punto di vista cristiano mi chiedo cosa ci voglia dire
Dio attraverso un fenomeno storico, quello del martirio, che non si verificava
in occidente dalla Seconda guerra mondiale. Anche qui veniamo messi davanti
alla nostra vocazione per interrogarci su cosa stiamo facendo di Cristo o della
visione della vita che vogliamo seguire e attuare. L’uomo non può vivere senza
un senso, senza un significato, senza una direzione di cammino. Il senso della
vita cristiana è Gesù Cristo, e padre
Jacques ha dato la vita per questo. E l’ha data con enorme
dignità, non piegandosi a inginocchiarsi davanti ai suoi assassini. In questo
tragico contesto – ripete l’arcivescovo di Milano – ci sono segni di grande
speranza. Sono stato a Cracovia e ho visto lo stile di partecipazione di tante
centinaia di migliaia di giovani alla Giornata mondiale della Gioventù, il modo
con cui hanno accolto ciò che il Papa ha detto loro. Sono una risposta dei
cristiani a quanto sta accadendo”.
Una luce in una realtà che appare avvolta da tenebre sempre più
fitte che attanagliano l’Europa: “Sono profondamente convinto che se guardiamo
dal punto di vista sociopolitico al grande travaglio dell’occidente –
preferisco parlare di ‘travaglio’ e non di ‘crisi’ – vediamo che i problemi
dell’Europa sono legati a un riemergere dei nazionalismi (forse troppo
precipitosamente liquidati), al terrorismo, a un certo modo di affrontare
l’immigrazione, alla finanza e alla politica. Sono come chiavi che vanno
rimesse in gioco”.
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Il cardinale Scola |
A questo punto, però, sorge una domanda ulteriore: “Mi chiedo,
all’interno di questa situazione di travaglio, qual è il contributo che gli
uomini delle religioni • Guerra
di religione, ma non per il Papa. La chiesa devono dare per la dopo Rouen ripresa
dell’Europa. Perché sono molto convinto che questo sia un contributo dovuto e
decisivo. Le implicazioni non sono piccole, penso ad esempio alla necessità di
ridiscutere radicalmente la concezione cosiddetta ‘francese’ di laicità dello
stato. E’ arrivato il momento di farla finita con la neutralizzazione di ogni
religione e di ogni etica sostantiva.
Le religioni non vanno pensate – come sostiene da anni per
esempio il sociologo Donati – come soggetti che cerchino tutele (se non quelle
dovute a tutti), ma come realtà vitali capaci di sviluppare una soggettività
pubblica, liberamente assunta e il più possibile cordialmente dialogata. In
quest’età post secolare in cui, con la modernità, è stato abbandonato il
riferimento a Cristo come senso di un cammino, bisogna riconoscere che tutti i
tentativi fatti per sostituirlo sono falliti. Basti rifarsi al discorso del
crollo delle grandi narrazioni. Io credo però che si debba – pazientemente e
partendo dal concreto – attraverso un dinamismo di riconoscimento reciproco e
di narrazione costante, ricostruire una direzione unitaria di cammino”. Che non
è quello di limitarsi a citare in modo vacuo e vago i valori europei, i
princìpi che accomunano i popoli del continente, classico refrain che si sente
dopo ogni attentato che miete vittime sul suo territorio. “Sono convinto – dice
Scola – che è importante riprendere, anche descrittivamente, tutte – è in
questo senso è necessario non escludere nessuna – le radici dell’Europa. Però,
poi, partendo dalle esigenze concrete del presente bisogna guardare al futuro.
E’ chiaro che il cristianesimo è stata la radice portante dell’Europa. Ma vi
sono anche le radici anteriori: Roma ha assunto la Grecia, Gerusalemme. Ci sono
le varie realtà germaniche, galliche e preceltiche.
E, a posteriori, quelle della modernità e dell’illuminismo,
senza escludere la cosiddetta matrice socialista. Questo è certo e rimane. Oggi
il cristianesimo si gioca dentro una realtà interculturale e interreligiosa, e
quindi deve essere un coagonista, che in Europa può anche essere il
protagonista del lavoro che tutte le religioni e tutte le mondovisioni sono
chiamate a fare”.
Tutto questo si inserisce in uno scenario in cui la Chiesa, in
Europa, dà spesso un’immagine di spossatezza, quasi fosse rassegnata a essere
sempre più minoritaria. Che fare? “Le comunità cristiane europee appaiono
stanche, è vero, ne ho parlato più volte. Il primo contributo che il cristiano
può dare è di essere se stesso, e padre Jacques ce l’ha dimostrato quando quel
mattino è andato incontro al martirio. Questo è fondamentale. E il principio
della riforma della Chiesa è la conversione alla santità. Qui sta la sua vera
radice. Tutti sappiano che non è sufficiente la pur necessaria riforma di
istituzioni e strutture. Gli strumenti utili siano benvenuti, ma prima di tutto
bisogna essere se stessi. In secondo luogo, dobbiamo farci promotori seri di
una continua proposta circa il bonum di una vita associata e quindi circa il
bene dell’Europa. E qui bisogna guardare a qualcosa che ha dato inizio
all’Europa dopo la tragedia dei due conflitti che hanno definitivamente
consumato il tragico impatto delle guerre di religione. Mi riferisco al
realismo del partire dal concreto (il carbone e l’acciaio), e partendo da lì
far emergere il gusto della vita che molti di noi battezzati non hanno più. Io
legherei il discorso che McIntyre faceva sulle minoranze creative alla capacità
di innervare il resto del popolo che sicuramente, e non solo nelle regioni
latine, è ancora presente. E in maniera diversa lo è anche nei paesi più secolarizzati,
benché questa parola oggi voglia dire molto poco”.
Rifarsi al sensus fidei, dunque? Sì. “Nella mia venticinquennale
esperienza di vescovo noto che il nostro popolo mantiene un sensus fidei che
definirei quasi naturale. Quando vado in visita pastorale, sono solito tenere
un’assemblea pubblica dove la gente fa sempre domande sostanziali: affetti,
amore, giovani, lavoro, giustizia, morte, aldilà… Manca ciò che con grande
genio profetico aveva intuito Paolo VI (allora solo mons. Montini) già nel 1934,
quando disse che la ‘cultura italiana ha già messo da parte Gesù Cristo’,
facendo vedere ciò che sarebbe successo, cioè che questa posizione presto o
tardi – soprattutto attraverso i mass media – avrebbe intaccato il popolo.
Montini parlò della separazione tra la fede e la vita.
Ecco, c’è la necessità di ridare sostanza all’esperienza
personale della fede per ridare corpo di vera comunione alla Chiesa. E qui
arriviamo alla proposta che il Santo Padre ha fatto con forza, che è quella
della Chiesa in uscita. Non bisogna ridurla sociologicamente. Queste periferie
sono le periferie dell’umano, che sono certo anche sociologiche. Se penso alla
mia Milano, ho visto situazioni di degrado a macchia di leopardo in molti
quartieri, che sono affrontate con enorme generosità sia da cristiani sia da
laici. Però manca ancora un nesso tra carità e cultura, e il Papa quando parla
di una visione teologica della povertà intende rifarsi proprio a questo nesso.
Siamo entrati – sottolinea l’arcivescovo di Milano – in una fase di riforma
della Chiesa e questa deve partire dalla proposta chiara della bellezza di
seguire Gesù fatta a tutti, soprattutto ai giovani, del peso dato ai laici
attraverso la famiglia intesa come soggetto attivo di annuncio, e di
un’assunzione del ministero sacerdotale e della vita consacrata in termini di
essenzialità. E’ necessario un ritorno alla semplicità. C‘è un bellissimo libro
di Balthasar, La semplicità del cristiano, che dovremmo riscoprire. Il nostro
tempo ha bisogno di santi semplici, perché siamo troppo complicati, e lo dico
pensando a me”.
Torna, dinanzi allo scenario nel quale siamo immersi, il tema
del crollo delle evidenze, “che incide molto nel travaglio dell’occidente, ma
dobbiamo domandarci perché è avvenuto questo crollo”, spiega Angelo Scola. “E’
avvenuto non soltanto perché la modernità ha tentato di declinare le evidenze
in maniera diversa (dando anche un contributo: penso al tema del soggetto e dei
diritti ad esempio). Le evidenze sono entrate in crisi perché sono diventate
pure parole, come le carte dei diritti dell’uomo: un bell’elenco. Io parlo più
volentieri di libertà realizzate. Ovviamente intendo libertà nella verità. Non
ho paura di usare questa parola che molti resistono a utilizzare. La verità,
per me, è qualcuno che viene al nostro incontro, che muove la nostra libertà.
La verità non è un insieme di formule. Siamo in un’Europa in cui
la complessità ci ha spinti a scegliere la strada della tecnocrazia e della
burocrazia per trovare soluzioni. Dobbiamo invece tornare al soggetto. Se io
non trovo una ragione per ripartire ogni mattina, il mio compito diventa solo
un ruolo, il mio amore solo un’autoaffermazione. E il ruolo inesorabilmente
decade in burocrazia e l’autoaffermazione in isolamento. Non c’è respiro. Il
cristianesimo si trova nei santi e nei fedeli semplici”.
La strada, alla fine, è quella che porta alla riscoperta del
soggetto, dice Scola: “Uno dei motivi del crollo delle evidenze è “mancare” la
realtà. Immaginare in termini fittizi la realtà, tagliare via dei pezzi di
realtà, nell’illusione di potersi meglio accomodare. Chi vuol essere l’uomo del
Terzo millennio? Vuol essere un uomo capace di non lasciare cadere nulla del
reale?”.