Nell’ultima
parte del suo saggio sullo zen (http://zenvadoligure.blogspot.it/2016/03/leco-dello-zen.html),
Umberto Eco riconosce che nel mondo contemporaneo “le leggi causali sono crollate [e] la probabilità domina la nostra
interpretazione delle cose”; di conseguenza lo zen si è proposto “come un sostitutivo mitologico di una
coscienza critica. Vi si è trovato l’invito a godere il mutevole in una serie
di atti vitali anziché ammetterlo soltanto come freddo criterio metodologico”.
Ma
la vera vocazione dell’Occidente è pur sempre secondo Eco quella di ridefinire
continuamente ciò che è mutevole “attraverso
le leggi provvisorie della probabilità e della statistica”, attraverso “l’ordine e l’intelligenza che distingue”.
Manifesta
quindi “le più ampie riserve” nei
confronti “di una validità assoluta del
messaggio Zen per l’uomo occidentale”, in quanto l’animo occidentale si
distaccherà sempre da una visione buddhista “che celebra la accettazione positiva della vita”, a causa del suo “bisogno ineliminabile di ricostruire questa
vita accettata secondo una direzione voluta dall’intelligenza. Il momento
contemplativo non potrà che essere uno stadio di ripresa, un toccare la madre
terra per riprendere energia: mai l’uomo occidentale accetterà di smemorare
nella contemplazione della molteplicità, ma si perderà sempre tentando di
dominarla e ricomporla”.
Senza entrare nel merito di quanto
possa essere corretta l’immagine del buddhismo (dei buddhismi), avanzata da Eco,
come di una proposta di “smemoramento” nella contemplazione del molteplice,
dell’indeterminato, dell’impermanente (e quindi della sofferenza, che in tal
caso non potrebbe essere superata), pubblichiamo qui un altro testo, anch’esso
del 1959-60, che propone una visione molto diversa rispetto a quella di Eco. Si
tratta delle pagine finali di uno degli ultimi scritti di Carl Gustav Jung (1875-1961), la “Introduzione all’inconscio”,
nelle quali l’A. evidenzia i limiti di un’esistenza interamente fondata sulla
dea Ragione e i rischi della presunzione umana di aver grazie ad essa “conquistato
la natura”, senza avvertire la profonda frattura interiore che l’uomo contemporaneo
sta tragicamente vivendo.
Come sempre accade a chi scrive
osservando i mostri creati dal sonno della Ragione, vien da chiedersi quali mostri la stessa Ragione potrebbe generare nel momento di un
suo definitivo risveglio…
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Il sonno della ragione genera mostri (Goya) |
Scrive Jung:
Come sanare la frattura
Il
nostro intelletto ha creato un mondo nuovo che domina la natura e lo ha
popolato di macchine mostruose. Quest’ultime presentano una utilità così
indiscutibile che non possiamo neanche immaginarci la possibilità di fare a
meno di esse o di rinunciare a essere loro subordinati. L’uomo è costretto a
seguire inevitabilmente i suggerimenti della sua mente scientifica e inventiva
e a inebriarsi delle proprie splendide conquiste. Contemporaneamente, però, il
suo genio rivela una terrificante tendenza a inventare cose che diventano
sempre più pericolose, in quanto suscettibili di trasformarsi in micidiali
strumenti di un suicidio universale.
Di
fronte alla valanga crescente dell’aumento della popolazione mondiale, l’uomo
ha già intrapreso la ricerca di metodi e strumenti per arginare questo
pericolo. Ma la natura può anticipare tutti i nostri tentativi ritorcendo
contro l’uomo la sua stessa mente creativa. La bomba H, per esempio,
arresterebbe senz’altro la sovrappopolazione. Malgrado il nostro orgoglioso
sentimento di dominio sulla natura, restiamo tuttora sue vittime, poiché non
abbiamo ancora imparato a controllare la nostra intima natura. Lentamente ma, a
quanto pare, con ostinazione irrevocabile, stiamo cercando il disastro.
Non
ci sono più dei cui si possa ricorrere per invocare aiuto. Le grandi religioni
del mondo soffrono di una crescente anemia: le soccorrevoli divinità hanno per
sempre abbandonato i boschi, i fiumi, le montagne, gli animali e gli uomini-dei
sono scomparsi nel profondo dell’inconscio. Poi inganniamo noi stessi tentando
di persuaderci che colà essi conducano un’esistenza ignominiosa fra le reliquie
del nostro passato. La nostra vita presente è dominata dalla dea Ragione che
costituisce la nostra maggiore e più tragica illusione. Con l'aiuto della
ragione - così tentiamo di rassicurarci - abbiamo “conquistato la natura”.
Però
si tratta di un semplice slogan, poiché la cosiddetta conquista della natura si
dimostra al di là delle nostre possibilità per il semplice fenomeno naturale
della sovrappopolazione e si aggiunge agli altri nostri travagli dovuti alla
nostra incapacità psicologica di realizzare i necessari ordinamenti politici.
Per gli uomini resta più che naturale contrastarsi e combattersi reciprocamente
per affermare la propria superiorità gli uni sugli altri. In che modo, quindi,
abbiamo “conquistato la natura”?
Poiché
ogni cambiamento deve originare da qualche parte, è il singolo individuo che
dovrà sperimentarlo e condurlo a buon fine. Il cambiamento deve necessariamente
avviarsi in un individuo e questi potrebbe essere chiunque di noi. Nessuno ha
il diritto di starsi a guardare intorno aspettando che altri facciano quello
che egli non è disposto a mettere in atto personalmente. Ma poiché nessuno
sembra sapere ciò che deve fare, varrebbe la pena che ognuno di noi si
chiedesse se per caso il proprio inconscio non sia a conoscenza di qualcosa che
possa aiutarlo. Ciò che è certo è che la mente conscia appare incapace di
rendere qualsiasi servigio di questo tipo. L'uomo è oggigiorno dolorosamente
consapevole del fatto che né le grandi religioni, né le diverse filosofie
risultano in grado di fornirgli quelle potenti idee animatrici che sole
potrebbero dargli la sicurezza di cui ha attualmente bisogno per fronteggiare le
condizioni del mondo contemporaneo.
Ricordo
l'antico detto buddista: tutto andrebbe per il suo giusto verso se gli uomini
si limitassero a seguire il “nobile sentiero dalle otto diramazioni” del Dharma
(dottrina, legge) e se penetrassero a fondo la verità del Sé. Il cristiano ci
dice che se gli uomini avessero fede in Dio, il mondo diventerebbe migliore. Il
razionalista, infine, insiste nel dire che se gli uomini fossero intelligenti e
ragionevoli, tutti i nostri problemi troverebbero una soluzione. Il guaio è che
nessuno di loro si dà da fare per risolvere personalmente tutti questi
problemi.
I
Cristiani spesso si domandano come mai Dio non parli più loro, come si crede
che abbia fatto nei tempi antichi. Quando sento porre questa domanda mi viene
sempre in mente l'episodio di quel rabbino cui era stato chiesto come mai Dio
si fosse mostrato spesso agli uomini nell'antichità e così non avvenisse più,
invece, al giorno d'oggi. II rabbino rispose: “Oggigiorno non c'è più nessuno
che sappia inchinarsi di fronte alla legge”.
Questa
risposta coglie nel cuore della questione. Noi siamo a tal punto prigionieri
della nostra coscienza soggettiva da esserci dimenticati del fatto, antico
quanto il mondo, che Dio parla soprattutto per sogni e per visioni. Il buddista
rinnega come illusioni senza senso l'intero mondo delle fantasie inconsce; il
cristiano, da parte sua, interpone fra sé e il proprio inconscio la Chiesa e la
Bibbia; l'intellettuale razionalista, infine, non arriva a capire che la
coscienza non esaurisce la totalità della psiche. Questa forma d'ignoranza
resiste nel nostro tempo nonostante il fatto che da più di settant’anni
l'inconscio si sia affermato come concetto scientifico fondamentale senza il
quale non è più possibile condurre alcuna seria indagine psicologica.
Noi
non abbiamo più il diritto di considerarci tanto onnipotenti da porci come
giudici dei meriti o dei demeriti dei fenomeni naturali. Noi non fondiamo più
la botanica sull'antiquata divisione fra piante utili e piante inutili, o la
zoologia sull'ingenua distinzione fra animali inermi e animali pericolosi.
Eppure continuiamo a trastullarci col concetto che la coscienza rappresenti il
senso e l'inconscio il non senso. In sede scientifica una opinione come questa
verrebbe subito scartata per la sua ridicola inconsistenza. Forse si può dire
che i microbi abbiano o non abbiano senso?
Qualunque
cosa possa essere l'inconscio, esso è un fenomeno naturale produttore di
simboli che si dimostrano significativi. Come non possiamo attenderci che una
persona che non abbia mai guardato attraverso un microscopio possa esprimere
interpretazioni autorevoli sul conto dei microbi, così nessuno che non abbia
mai condotto un serio studio sui simboli naturali può essere considerato un
giudice competente in materia. Tuttavia la generale scarsa stima sul conto
dell'anima umana è così grande che né le grandi religioni, né le varie
filosofie, né il razionalismo scientifico si sono voluti soffermare a
considerarla a fondo.
Malgrado
il fatto che la chiesa cattolica ammetta la realtà dei somnia a Deo missa, la
maggioranza dei filosofi suoi seguaci non ha fatto alcun tentativo per
interpretare a fondo i sogni. Io dubito che esista anche un solo trattato o una
sola dottrina di confessione protestante che si sia abbassato fino al punto di
ammettere la possibilità che la vox Dei
possa venire avvertita in sogno. Ma se un teologo crede veramente in Dio, sulla
base di quale autorità egli crede di poter affermare che Dio non possa parlare
per mezzo dei sogni?
Io
ho trascorso più di cinquant'anni a studiare i simboli naturali e sono giunto
alla conclusione che né i sogni né i loro simboli sono delle sciocchezze. Al
contrario, i sogni sono in grado di fornire informazioni del massimo interesse
a coloro che si danno da fare per comprendere i loro simboli. I risultati che
ne derivano, è vero, hanno poco a che fare con quelle che sono fra le
principali occupazioni degli uomini, come vendere e comperare. Ma il
significato della vita non si esaurisce nel mondo degli affari, né alle
profonde aspirazioni del cuore umano si risponde con un conto in banca.
In
un periodo della storia umana in cui tutte le energie disponibili vengono spese
nello studio della natura, ben poca attenzione è dedicata all'essenza
dell'uomo, cioè alla sua psiche, benché non poche ricerche siano condotte
intorno alle sue funzioni inconsce. Eppure la zona veramente complessa e meno
familiare della mente, quella da cui scaturiscono i simboli, resta tuttora
praticamente da esplorare. Sembra quasi incredibile che, pur ricevendone
segnali ogni notte, la decifrazione di queste comunicazioni sembri compito
ingrato e fastidioso per la maggior parte di noi, pochissimi esclusi. Il
maggior strumento di cui dispone l'uomo, la psiche, è oggetto di scarsa
attenzione e viene spesso disprezzato e considerato vano. “È solo una questione
psicologica” molto spesso significa semplicemente: non vale nulla.
Da
dove deriva precisamente questo enorme pregiudizio? Noi ci siamo occupati tanto
a fondo del problema di sapere che cosa pensiamo da esserci dimenticati di
chiederci che cosa la psiche inconscia pensi di noi. Per molta gente le idee di
Sigmund Freud non hanno servito ad altro che a ribadire il già diffuso
disprezzo per la psiche. Prima di lui essa era stata semplicemente trascurata;
ora si è trasformata in oggetto di disprezzo morale.
Il
punto di vista moderno è indubbiamente unilaterale e ingiusto. Esso non si
concilia neppure con i fatti a nostra conoscenza. Le nostre nozioni attuali sul
conto dell'inconscio dimostrano che esso costituisce un fenomeno naturale e
che, come la stessa Natura, anch'esso è per lo meno neutrale. Esso contiene
tutti gli aspetti della natura umana - luce e oscurità, bello e brutto, buono e
cattivo, profondità e vacua superficialità. Lo studio del simbolismo individuale
e collettivo costituisce un compito enorme che non è mai stato dominato.
Tuttavia ci si è finalmente incamminati ad assolverlo. I primi risultati sono
incoraggianti e sembrano indicare una risposta per molte questioni fino a oggi
irrisolte dell'umanità contemporanea.
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Maschera rituale tibetana |
Il
testo di Jung è pubblicato qui:
AA.VV.,
L’uomo
e i suoi simboli, Ed. Longanesi