Per
riprendere il tema del “fondamentalismo buddhista”, toccato nel post http://zenvadoligure.blogspot.it/2016/02/il-xiv-dalai-lama-e-laffaire-shugden_12.html
del 12 febbraio,
pubblichiamo qui un articolo apparso sul n. 19 del magazine Sette del Corriere
della Sera del 13 maggio con il titolo “Ora le migrazioni vanno anche da Sud a
Sud”.
Ne
è autore Andrea Riccardi, storico, accademico, attivista e politico italiano,
fondatore nel 1968 della Comunità di Sant'Egidio.
Il
testo dell’articolo è leggibile anche qui:
“Il
20 aprile scorso un barcone pieno di migranti è affondato al largo delle coste
birmane con una sessantina di persone a bordo. Venti sono morti, tra cui alcuni
bambini.
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Migranti Rohingya |
Si
tratta di rohingya, un'etnia birmana. Si parla pochissimo del loro dramma, pur
trattandosi di un gruppo etnico tra i più perseguitati del mondo, secondo
quanto affermano le Nazioni Unite. Il terribile incidente in mare non è il primo,
anzi viene dopo molti altri e, probabilmente, non sarà l`ultimo, finché non si
porrà seriamente attenzione al problema di questa gente. Sono lontani
geograficamente da noi, ma vivono un`esperienza simile ai profughi sul
Mediterraneo.
Perché
i rohingya fuggono? Dietro alla vicenda c'è un pesante conflitto
etnicoreligioso tra maggioranza birmana e buddista al potere a Myanmar e
minoranza rohingya di religione musulmana. Si tratta di un piccolo popolo,
all`incirca un milione, che parla una lingua d'origine indoeuropea vicina a
quelle bengalesi. Sono senza cittadinanza, senza terra, senza diritti. Il
governo birmano li ha considerati a lungo stranieri, sostenendo fossero
immigrati durante il dominio britannico. In realtà la loro residenza nello
Stato birmano del Rakhine settentrionale (dove sono minoritari) pare molto più
antica.
Niente
giustifica le incredibili limitazioni da loro subite, che - dopo la fine del
regime militare birmano - sono impensabili per il nuovo governo democratico.
Vivono in campi con una ridottissima possibilità di muoversi e di lavorare. Una
vera condizione inumana.
Lo
scorso anno, in una situazione di grave tensione interetnica, migliaia di boat
people con a bordo famiglie rohingya hanno preso il mare cercando approdi
migliori. Altri si sono rifugiati in Bangladesh (circa 200.000), dove un certo
numero è stato respinto l`anno passato. La Malaysia e l`Indonesia, Paesi
entrambi musulmani, hanno cominciato ad accogliere i boat people, ma poi hanno
preso a praticare una politica di respingimento che ha causato tante morti in
mare. Anche la Thailandia ha fatto la stessa scelta. La Malaysia ospita circa
45.00o rohingya nei campi. Di fronte alla pressione dei migranti, s`incrina la
solidarietà di musulmani, come gli indonesiani e i malesi, verso altri
musulmani come i rohingya (solo la provincia islamista di Aceh in Indonesia li
ha accolti).
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Un monaco buddhista "accoglie" i migranti Rohingya |
La
questione dei rohingya è rivelatrice di un volto "politico" del
buddismo. II buddismo theravada, diffuso nell`Asia Meridionale e nel Sud Est
asiatico, ha esercitato una forte pressione per la democratizzazione di
Myanmar. Si ricordano le immagini delle processioni dei monaci buddisti con la
ciotola in mano, che manifestavano contro i generali birmani. Tuttavia l'identificazione tra nazione e
buddismo ha provocato anche fenomeni d`intolleranza verso i non buddisti, tanto
che Time già nel 2013 denunziava la diffusione del "veleno
fondamentalista" tra i monaci buddisti birmani e la loro lotta
antimusulmana. In genere il buddismo ha in Occidente invece una generale
immagine pacifica. Ma sono in molti a sostenere che l`espressione
"fondamentalismo" vada oggi applicata non solo all`islam,
all`induismo e al cristianesimo, ma anche al buddismo.
Nella
crisi che ha travagliato lo Sri Lanka, si è visto il forte ruolo politico di
una parte del buddismo dell`isola, che ancora mantiene una forza notevole.
Spesso, da parte buddista, si parla dell`islam come di una minaccia da cui
difendersi. Qualcosa di simile a quanto si dice in Occidente. Ma che c'entrano
i poveri rohingya con la minaccia islamica? La realtà è che sono veri paria
asiatici, un popolo "invisibile" senza diritti e senza terra. Uno
degli esempi più evidenti che ormai le migrazioni vanno non solo dal Sud al
Nord del mondo, ma anche dal Sud al Sud.”
Il
passo evidenziato si ricollega direttamente a quanto già accennato a proposito del
fondamentalismo, un veleno – come giustamente lo definisce Riccardi – che ha
intossicato e continua a contaminare non solo le religioni monoteiste, più o
meno profondamente a seconda dei periodi storici, ma che sembra interessare
anche il buddhismo, al di là del fatto che lo si voglia o meno definire una
religione. Questione che diviene del tutto secondaria di fronte ai fatti
concreti di cui si parla.
È quindi necessario per i praticanti buddhisti occidentali andare al di là dell’immagine
stereotipata del buddhismo stesso, che è molto diffusa nella nostra società,
come di una tradizione immune da ogni forma di violenza e di prevaricazione. Un’immagine
superficiale, un wishful thinking che non sempre corrisponde alle modalità con
cui il buddhismo si è storicamente manifestato nelle società in cui si è diffuso e radicato.
Ignorare
volutamente taluni aspetti della sua storia passata e della sua realtà presente - specialmente per quanto concerne la formazione di "istituzioni" all'interno del mondo buddhista (monasteri, associazioni, istituti, ecc.) e le vicende dei loro rapporti con le istituzioni politiche - costituisce
a parere di chi scrive un grave pericolo sia per l’evoluzione della propria
pratica personale sia per il futuro degli insegnamenti del Buddha, in Occidente quanto in Oriente.