Ancora
un testo del Pontefice Emerito Benedetto XVI. Si tratta del discorso tenuto il
22 settembre 2011 a Berlino, davanti al Parlamento Federale.
Oggetto
del discorso sono i fondamenti dello Stato liberale di diritto, la natura e la
ragione, e nello sviluppo dell’argomentazione Benedetto XVI tocca un tema
sempre più importante, quello dell’ecologia: oikos, la casa, l’ambiente; e
logos, discorso, parola, studio, ragione.
Ma ne
parla in termini che non si prestano alle semplificazioni dei media e alla
superficialità dei social. Benedetto XVI non è dotato di un particolare appeal
mediatico, e le sue parole ben difficilmente possono diventare facili titoli da
prima pagina. Per fortuna, secondo il parere di chi scrive.
Dice
infatti: “Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga
trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo
possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere.
L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso.
Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando
egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che
è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la
vera libertà umana”.
Una profonda
riflessione - su cui meditare attentamente - sulle autentiche basi della libertà umana, che mostra come ciò
che comunemente si intende per libertà non sia l’arbitrio di chi ritiene se
stesso autonomo da tutto ciò che vede come altro-da-sé. È quella una falsa
nozione di libertà, centrata su un ego prometeico, sui propri desideri
scambiati per bisogni ineludibili. Dimenticarsene, rende arduo, forse
impossibile, impegnarsi sia nelle responsabilità ai massimi livelli sia nei piccoli
gesti della vita quotidiana per creare pace in se stessi e giustizia per gli
altri.
Ecco
il testo completo del discorso, tratto dal sito:
https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2011/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20110922_reichstag-berlin.html
“È
per me un onore e una gioia parlare davanti a questa Camera alta – davanti al
Parlamento della mia Patria tedesca, che si riunisce qui come rappresentanza
del popolo, eletta democraticamente, per lavorare per il bene della Repubblica
Federale della Germania. Vorrei ringraziare il Signor Presidente del Bundestag
per il suo invito a tenere questo discorso, così come per le gentili parole di
benvenuto e di apprezzamento con cui mi ha accolto. In questa ora mi rivolgo a
Voi, stimati Signori e Signore – certamente anche come connazionale che si sa
legato per tutta la vita alle sue origini e segue con partecipazione le vicende
della Patria tedesca. Ma l’invito a tenere questo discorso è rivolto a me in
quanto Papa, in quanto Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per
la cristianità cattolica. Con ciò Voi riconoscete il ruolo che spetta alla
Santa Sede quale partner all’interno della Comunità dei Popoli e degli Stati.
In base a questa mia responsabilità internazionale vorrei proporVi alcune
considerazioni sui fondamenti dello Stato liberale di diritto.
Mi
si consenta di cominciare le mie riflessioni sui fondamenti del diritto con una
piccola narrazione tratta dalla Sacra Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si
racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione,
Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in
questo momento? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici?
Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: “Concedi al tuo servo un
cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia
distinguere il bene dal male” (1Re 3,9). Con questo racconto la Bibbia vuole
indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico. Il
suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve
essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere
un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace.
Naturalmente un politico cercherà il successo senza il quale non potrebbe mai
avere la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato
al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e
all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così
può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della
giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa
banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino [1]. Noi tedeschi
sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio.
Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del
potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era
diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda
di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e
spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio
dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento
storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo
compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il
mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed
escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è
giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e
il diritto solo apparente? La richiesta salomonica resta la questione decisiva
davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi.
In
gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza
può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni
fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e
dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del
diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri
del proprio orientamento. Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha
giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in
vigore: “Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi
irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro … questi senz’altro agirebbe
in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il
popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa
opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore…”[2]
In
base a questa convinzione, i combattenti della resistenza hanno agito contro il
regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al
diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo
incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia. Ma nelle decisioni
di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge
della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è
altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni
antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è
affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente
è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile
trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle
nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile.
Come
si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono
stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento
alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad
altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla
società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una
rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti
del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva,
un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione
creatrice di Dio. Con ciò i teologi cristiani si sono associati ad un movimento
filosofico e giuridico che si era formato sin dal secolo II a. Cr. Nella prima
metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto
naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del
diritto romano [3]. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale,
che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica
dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la
via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico
dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra
Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto
“gli inviolabili e inalienabili diritti dell'uomo come fondamento di ogni
comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”.
Per
lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i
teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso,
richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della
filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura
nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando,
nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge
[la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a
se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori,
come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s). Qui
compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui
“coscienza” non è altro che il “cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al
linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della
Dichiarazione dei Diritti umani dopo la seconda guerra mondiale e fino alla
formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della
legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un
drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è
considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non
varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci
si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente
indicare come mai si sia creata questa situazione. È fondamentale anzitutto la
tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso
insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si
tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la
concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura. Se si considera
la natura – con le parole di Hans Kelsen – “un aggregato di dati oggettivi,
congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti”, allora da essa realmente
non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico [4].
Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente
funzionale, così come le scienze naturali la riconoscono, non può creare alcun
ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte
funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione
positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa,
ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della
ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere
assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione
nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione
positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica –
le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori
gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è
necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è
un’intenzione essenziale di questo discorso.
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Il Reichstag di Berlino |
Il concetto
positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo
insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla
quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non
è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la
sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura
sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di
sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico
proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo
il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione
del diritto, riducendo tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra
cultura allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone l’Europa, di fronte
alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura e
vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione
positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire
qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento
armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non
vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non
possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto
ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare
a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il
cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.
Ma
come lo si realizza? Come troviamo l’ingresso nella vastità, nell’insieme? Come
può la ragione ritrovare la sua grandezza senza scivolare nell’irrazionale?
Come può la natura apparire nuovamente nella sua vera profondità, nelle sue
esigenze e con le sue indicazioni? Richiamo alla memoria un processo della
recente storia politica, nella speranza di non essere troppo frainteso né di
suscitare troppe polemiche unilaterali. Direi che la comparsa del movimento
ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo
forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela
all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si
intravede troppa irrazionalità. Persone giovani si erano rese conto che nei
nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è
soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la
propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. È chiaro che qui non
faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo
di questo. Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va,
allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati
alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura. Mi sia concesso
di soffermarmi ancora un momento su questo punto. L’importanza dell’ecologia è
ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi
coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga
trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo
possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere.
L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso.
Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando
egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che
è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la
vera libertà umana.
Torniamo
ai concetti fondamentali di natura e ragione da cui eravamo partiti. Il grande
teorico del positivismo giuridico, Kelsen, all’età di 84 anni – nel 1965 –
abbandonò il dualismo di essere e dover essere. (Mi consola il fatto che,
evidentemente, a 84 anni si sia ancora in grado di pensare qualcosa di
ragionevole.) Aveva detto prima che le norme possono derivare solo dalla
volontà. Di conseguenza – aggiunge – la natura potrebbe racchiudere in sé delle
norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme. Ciò, d’altra parte
– dice – presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella
natura. “Discutere sulla verità di questa fede è una cosa assolutamente vana”,
egli nota a proposito [5]. Lo è veramente? – vorrei domandare. È veramente privo
di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non
presupponga una Ragione creativa, un Creator Spiritus?
A
questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa.
Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state
sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli
uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana
in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini
per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra
memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe
un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua
interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e
Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei
Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima
identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo
davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni
uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è
nostro compito in questo momento storico.
Al
giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una
sua richiesta.
Che
cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una
richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non
potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il
bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la
pace. Vi ringrazio per la vostra attenzione.
[1]
De civitate Dei IV, 4, 1.
[2] Contra Celsum GCS Orig. 428 (Koetschau); cfr A.
Fürst, Monotheismus und Monarchie. Zum
Zusammenhang von Heil und Herrschaft in der Antike.
In: Theol.Phil. 81 (2006) 321 – 338;
citazione
p. 336; cfr anche J. Ratzinger, Die Einheit der Nationen. Eine Vision der Kirchenväter
(Salzburg – München 1971) 60.
[3] Cfr W. Waldstein, Ins Herz geschrieben. Das
Naturrecht als Fundament einer menschlichen
Gesellschaft (Augsburg 2010) 11ss; 31 – 61.
[4] Waldstein, op. cit. 15 – 21.
[5]
Citato secondo Waldstein, op. cit. 19.”
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