Un articolo piuttosto
interessante, a firma di Giuliano Aluffi, pubblicato nel Venerdì allegato a La Repubblica del 24 dicembre.
Superata, un poco a
fatica, la lettura del titolo (“La religione è oppio?
No, dopamina”) e del sommario (“Sentirsi in contatto con Dio rende temerari. Fino ai terribili ed
estremi casi dei kamikaze. La scienza cerca spiegazioni. E segnala il ruolo
importante di un neuromediatore”), accettato il senso di impotenza semantica
che ci attanaglia ogni volta che i media usano a sproposito il termine kamikaze (cioè quasi sempre), ci si
imbatte negli esiti di una ricerca condotta negli USA, secondo la quale i
cervelli che producono maggior quantità di dopamina (1) sarebbero più inclini al “pensiero
religioso e superstizioso”, ovvero a vedere “schemi” anche inesistenti nelle
relazioni tra i fenomeni, ipotizzando forze e cause “dietro” alle cose:
Non è un caso che Deus nobiscum, grido di battaglia nel tardo impero romano,
sia diventato motto di altre culture militari, per esempio dei prussiani - e
in seguito dei nazisti - nella traduzione tedesca Gott mit uns. La fede, infatti, può rendere incuranti del
pericolo. A confermarlo non è solo, nelle forme più estreme, la cronaca
recente - con terroristi fondamentalisti che diventano kamikaze o sono
comunque pronti a farsi uccidere, a Parigi come a San Bernardino - ma anche la
scienza. In particolare uno studio intitolato With God on our side: Religious primes
reduce the envisioned physical formidability of
a menacing adversary (traducibile come “Con Dio al nostro fianco: i condizionamenti
religiosi riducono il timore per la minaccia fisica dell'avversario”),
pubblicato sulla rivista Cognition
da Colin Holbrook,
Daniel Fessler e Jeremy Pollack del Center for Behaviour, Evolution and Culture
della University of California di Los Angeles.
“Un esperimento
condotto su 253 adulti ci ha confermato che pensare a Dio rende temerari”
spiega Holbrook al Venerdì.
“Abbiamo diviso il
nostro campione in due gruppi: al primo abbiamo fatto leggere un testo con
riferimenti a Dio, al secondo un testo neutro. Poi abbiamo mostrato a tutti la
fotografia di un uomo minaccioso, chiedendo di valutarne la statura e la forza
fisica. Il gruppo esposto a stimoli religiosi ha giudicato l'uomo più piccolo e
debole rispetto all'altro”. In un secondo test, invece della presenza divina,
a un gruppo si è suggerita quella di un amico in carne e ossa: e anche in questo
caso l'avversario in foto è sembrato meno temibile. “L'idea che Dio sia con noi
produce quindi effetti simili alla presenza di un alleato fisico” commenta
Holbrook. “Il cervello non tratta in modo diverso le immaginarie presenze
soprannaturali e le persone reali. Lo dicono anche le neuroscienze: quando proviamo
a pensare al volere di Dio, si attivano le stesse aree cerebrali che usiamo se
cerchiamo di indovinare il pensiero dei nostri simili”.
Non c'è quindi
un'area specifica dell'istinto religioso che le semplificazioni giornalistiche
definirebbero “i neuroni di Dio”: “A oggi non abbiamo trovato una zona del
cervello corrispondente alla fede. Per le emozioni relative a Dio o alla
religione usiamo le stesse aree coinvolte nelle emozioni per i parenti o gli
amici” ci conferma Andrew Newberg, direttore della ricerca medica alla Thomas
Jefferson University di Philadelphia e autore di numerosi studi e libri sul
tema (tra questi The Mystical
Mind). “Quello
che distingue meditazione ed esperienza mistica dai pensieri di altro genere è
solo l'intensità con cui usiamo una stessa parte del cervello. Prendiamo poi
il senso di connessione con gli altri: è associato a un calo del senso del sé
e quindi a una minore attività nel lobo parietale. Se parlo con un amico o un
collega, quell'area sarà mediamente attiva. Se sono con il partner, ossia con
qualcuno con cui ho maggiore connessione, il mio lobo parietale sarà un po'
meno attivo, e ancora di meno lo sarà se ho un'esperienza mistica e mi sento
tutt'uno con Dio”.
Se il pensiero
religioso non sembra avere una sua propria sede nel cervello, appare invece
correlato all'abbondanza di un neuromediatore: la dopamina. Peter Brugger e
Christine Mohr, neuroscienziati dell'Università di Bristol, hanno mostrato che
le persone contraddistinte da alti livelli di dopamina sono più inclini al
pensiero superstizioso e religioso, ossia tendono ad attribuire più significato
degli altri alle coincidenze, e a vedere “schemi” anche dove non esistono.
Non solo: aumentare artificialmente il livello di dopamina nel cervello degli
scettici - come hanno fatto Brugger e Mohr - li rende più superstiziosi.
Succede perché la dopamina ha l'effetto di rendere i neuroni più pronti a
emettere impulsi e formare sinapsi in risposta al possibile riconoscimento di
uno “schema”. Abbassando la soglia di sforzo necessario alle connessioni tra i
neuroni, la dopamina ci rende inclini a identificare le relazioni tra le cose -
e a vederne anche più di quante ce ne siano in realtà - e a ipotizzare
l'esistenza di forze e “cause” dietro ciò che accade: così una pura
coincidenza può apparirci come un segno divino.
La dopamina, inoltre, facilita l'apprendimento
dandoci un senso di piacere quando pensiamo di aver riconosciuto uno schema.
Una circostanza che rappresenta un indubbio vantaggio evolutivo: cogliere
associazioni e relazioni tra le cose che avvengono, ipotizzare cause e prevedere
effetti sono capacità fondamentali per la sopravvivenza. Se le possiedo non ho
bisogno di essere aggredito da un predatore per capirne la pericolosità: per
tenermi lontano dagli orsi mi basta ricordare quello che è successo al mio vicino
di caverna. Un altro meccanismo molto utile per sopravvivere è la tendenza a
ritrarsi quando si colgono i segni di una malattia contagiosa o di un cibo contaminato.
“È’ un processo cognitivo che la selezione naturale ha radicato in noi nel corso
di centinaia di migliaia di anni: è come se "sapessimo" da sempre che le
malattie si possono trasmettere da persona a persona tramite il contatto”
osserva Holbrook. “E questo porta all'idea che attraverso il tatto si
trasmettano sostanze invisibili. Un altro concetto che si estende al campo
della superstizione e della religione: molti credono così che toccare le
reliquie o la statua di un santo faccia acquisire, per una sorta di "contagio
positivo", la sua protezione”.
La credenza nel
soprannaturale può anche essere considerata frutto di un conflitto tra più
processi cognitivi di base: pensiamo all'enigma della morte: gli antropologi
Clark Barrett e Tanya Benne hanno mostrato che fin dall'età di quattro anni
associamo al concetto di morte la cessazione della capacità di agire. Ma
d'altra parte, quando pensiamo a una persona cara deceduta tendiamo ad
attribuirle ancora individualità e pensieri: questa tendenza, secondo lo
psicologo Jesse Bering, nasce dal fatto che come esseri coscienti abbiamo
esperienza di cosa significhi essere privi di percezione (se per esempio
chiudiamo gli occhi) ma ci è impossibile sperimentare e immaginare cosa sia il
non essere coscienti. “Questo conflitto interno - dice Holbrook - genera l'idea
che i nostri cari siano, in qualche modo, ancora coscienti in un Altrove”.
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Dopamina |
Anche il mito della
creazione del mondo si può spiegare come effetto collaterale dell'affermarsi
di convinzioni utili per la sopravvivenza: “Le stesse facoltà che ci
avvantaggiano permettendoci di usare degli strumenti radicano nella nostra
mente l'idea della finalità. Ci suggeriscono, ad esempio, l'idea che gli occhi
esistano per permetterci di vedere e, più in generale, che tutto ciò che esista
abbia un fine” spiega Holbrook. “Così ci risulta facile convincerci che la
natura ci sia perché risponde al desiderio di un creatore”.
Quello di Creatore,
del resto, è un concetto trasversale, presente nella stragrande maggioranza
delle tradizioni. “Le religioni hanno molti punti in comune perché sono
elaborazioni culturali degli stessi meccanismi cognitivi di base, che sono
universali” commenta Holbrook. E forse è per questo che i credenti risultano
così impermeabili alle idee degli atei: “Un discorso basato solo sulla ragione
non può scalfire più di tanto un processo mentale fondato su meccanismi
cognitivi intuitivi. Per giunta condivisi, inconsciamente, anche da atei e
agnostici”. Questo Holbrook ha potuto constatarlo di persona: “Nel nostro
esperimento leggere un testo su Dio rende meno timorosi di un avversario sia i
credenti che gli atei” spiega lo psicologo. “Sorprendente? Nemmeno troppo:
già diversi studi mostrano che agnostici e atei hanno impulsi verso credenze
soprannaturali simili a quelli di tutti gli altri. L'unica differenza è che la
loro mente si sforza attivamente di resistere a questa propensione”.
Quale unica glossa marginale critica, vogliamo proporre una lettura molto più faticosa (480 pagine) ma ben più
significativa, opera di uno studioso italiano:
Franco Fabbro, Neuropsicologia dell’esperienza
religiosa, Ed. Astrolabio
(1) Secondo quanto si legge nel sito:
http://www.news-medical.net/health/Dopamine-Functions-(Italian).aspx,
"la dopamina è un neurotrasmettitore rilasciato dal cervello che svolge una serie di ruoli in esseri umani ed in altri animali. Alcune delle sue funzioni notevoli sono: movimento, memoria, ricompensa piacevole, comportamento e cognizione, attenzione, inibizione di produzione della prolactina, sonno, umore, apprendimento.L'eccesso e la carenza di questo prodotto chimico vitale è la causa di parecchi stati di malattia. La Malattia del Parkinson e la tossicodipendenza sono alcuni degli esempi dei problemi connessi con i livelli anormali della dopamina".