lunedì 1 ottobre 2012

UNISABAZIA 2005/06 - 5 - Corpo e mente, qui ed ora

La meditazione nel buddhismo e in altre tradizioni

A proposito della meditazione, lo studioso e praticante Amedeo Solè-Leris dice che “è il cuore dell’insegnamento del Buddha”. E da questa centralità della pratica, all’interno di tutte le tradizioni buddhiste, non è mai possibile prescindere. Tantomeno quando si vuol parlare della pratica, usando quindi parole e concetti proprio laddove la mente, in unità col corpo ed il respiro, è indirizzata ad andare al di là delle parole e dei concetti stessi.
Comunque, ormai consapevoli dei limiti – e dei meriti – dello strumento “parola”, cominciamo proprio dal termine, ormai abusato, di “meditazione”.

Meditazione, una parola

L’italiano “meditazione” nasce dal latino “mederi”, che è traducibile con “riflettere per curare”. Ed infatti meditazione, medico, medicinale, rimedio,.. hanno la stessa radice (MED-). Si parla quindi di sofferenza, e di cura per guarirne. Proprio come il Buddha nel Sermone sulle Quattro Nobili Verità: la sofferenza, le sue cause, la sua cessazione, la Via alla guarigione.
Nelle lingue tradizionali dell’Oriente buddhista (e non), vari sono i termini che descrivono la pratica della meditazione ed i suoi momenti.
In sanscrito si usa genericamente “bhavana”, che indica il “coltivare” (bhava = divenire), nel senso di una preparazione, di uno sviluppo.
Altro termine è “dhyana”, traducibile con “assorbimento” o “concentrazione”. In Cina “dhyana” venne letto “ch’an”, e poi in Giappone “zen” e in Corea “son”. 


Gompa tibetano

Molto interessante è il vocabolo tibetano “gom”, che significa “divenire intimi con se stessi”, e che indica con precisione ciò che si intende quando si parla di meditazione: non lo studio intellettuale, non l’accumulo di nozioni, non il rimuginare concetti o seguire i propri discorsi mentali, bensì una pratica in cui la persona si rivolge consapevolmente verso la propria interiorità, attraverso l’unificazione delle “tre porte”: la postura del corpo, la respirazione, l’attenzione. Questo carattere di profonda unità di corpo, respiro e mente è assolutamente presente in tutte le tradizioni buddhiste. La meditazione, che sia vista come una metodica che ha lo scopo di percorrere gli stadi che portano all’Illuminazione, oppure (come nello Zen) che essa stessa sia considerata come “pratica realizzazione di un perfetto Risveglio” (Dogen), in ogni caso non è una mera pratica del corpo o della mente, ma è “combinazione di tre elementi: postura, respirazione e coscienza (..) totalmente interdipendenti” (Roland Yuno Rech).

La meditazione quindi non è una pratica che si aggiunge agli insegnamenti del Buddha, ma anzi ne è l’origine stessa, la sorgente viva. Ad essa si fa costantemente riferimento: si ricordi quanto detto sul Nobile Ottuplice Sentiero (il samadhi: retto sforzo, retta attenzione, retta concentrazione), o sui Tre Precetti (non fare il male, fare il bene, purificare la mente).
D’altra parte, il Buddha realizzò il Risveglio proprio mentre sedeva in meditazione, e la sua immagine a gambe incrociate è il soggetto più diffuso dell’arte buddhista!
Quanto sopra richiama esplicitamente ciò che si è da subito affermato a proposito del carattere pratico, esperienziale, delle tradizioni spirituali dell’Oriente: Realtà Ultima, Nirvana, Samadhi, Risveglio, Moksa, Satori, comunque lo si voglia denominare, non è il risultato di un mero studio di teorie filosofiche o dell’adesione emotiva a dottrine teologiche, ma può essere “raggiunto”, per sé e per gli altri, solo attraverso la comprensione profonda, nel midollo, della natura delle cose, attraverso la ricerca interiore, il divenire intimi con se stessi.
Senza per questo escludere che alla meditazione necessariamente si affianchino lo studio e l’ascolto degli insegnamenti ed una profonda fede/fiducia (sraddha) nei Tre Tesori.

Zazen: il qui ed ora

Poiché chi scrive pratica secondo gli insegnamenti della scuola Soto Zen, vengono qui riportate, per illustrare in qualche modo in cosa consista la pratica della meditazione, alcune parole del M° Dogen, il monaco che riformò il buddhismo in Giappone, nel suo scritto “Fukan Zazengi” (“Principi dello Zen consigliati a tutti”) del 1227.
 
Zazen
“Nel luogo dove normalmente ci si siede, stendete un materassino e sopra di esso mettete un cuscino. Potete mettervi nella posizione del loto intero o del mezzo loto (..) Poi ponete il dorso della mano destra sopra il piede sinistro e il palmo della mano sinistra nel palmo della mano destra. Premete i due pollici uno contro l’altro. Quindi raddrizzate il corpo e sedete eretti, non pendete né a sinistra né a destra, non piegate il corpo in avanti e neppure indietro (..). la lingua appoggi sul palato e le labbra e i denti siano chiusi. Gli occhi devono restare sempre aperti. Il respiro nasale sia leggero (..). Sedete stabilmente e con determinazione. Fate pensiero il non-pensiero (fushiryo). Il non-pensiero! Come pensarlo? Con il senza-pensiero (hishiryo). Questa è quindi la tecnica essenziale dello zazen. Lo zazen non consiste in una tecnica da imparare: è semplicemente il Dharma della pace; è la pratica e la realizzazione della bodhi finale” (= il Risveglio, l’Illuminazione).

Queste ultime parole, invero oscure, indicano che il corretto atteggiamento dello spirito in zazen “è permettere che il pensiero nasca e lasciarlo passare senza soffermarsi su niente (..), smettendo di rimuginare, di architettare progetti, di elaborare proiezioni mentali e ragionamenti” (da “Monaco Zen in Occidente” di Roland Yuno Rech). Lo zazen (za = sedere; zen = meditazione) è pratica di concentrazione e osservazione: all’inizio si pone la propria concentrazione sul corpo e sul respiro. A partire da qui “i pensieri si calmano, decantano, e si manifesta una coscienza più chiara, più vigile (..). A questo livello si può osservare l’ego in profondità (..), con le emozioni represse che affiorano, i fantasmi, i desideri, i sogni, i rimpianti e tutte le nostre motivazioni, in particolare tutto quanto forma l’inconscio (..). Si opera allora una purificazione tramite l’osservazione imparziale” (R. Yuno Rech).
Scrisse ancora il M° Dogen: “Studiare la Via del Buddha significa studiare se stessi. Studiare se stessi significa dimenticare se stessi. Dimenticare se stessi significa essere realizzati grazie a miriadi di cose” (ovvero, tutte le cose ci rendono testimonianza).
Spiritualità è quindi “conoscere se stessi e armonizzarsi con la vita in ogni momento. Non è fabbricare un nuovo ideale, ma al contrario avvicinarsi alla radice della vita. La vacuità è questa radice” (R. Yuno Rech).
Come dice la monaca zen americana Charlotte Joko Beck, lo zen non è “nulla di speciale”.
Così come meditare è, in definitiva, il “solamente sedersi” (shikantaza, in giapponese), il solo concentrarsi, qui ed ora, sulla pratica dello zazen, sui punti fondamentali della postura, sul respiro.
E lo stesso avviene nella pratica della meditazione camminata, il kin hin. Passo dopo passo, secondo il ritmo del respiro, lo sguardo delicatamente posato avanti a sé, sul suolo, senza fissare alcun punto particolare. E senza che si debba raggiungere alcun luogo.
L’essenza della pratica, maxime nel buddhismo mahayana, è che non vi è nulla da ottenere, nessun vantaggio particolare, nessun merito.
La pratica autentica è mushotoku, senza spirito di profitto. L’abbandono dello spirito di guadagno costituisce d’altra parte la vera compassione (karuna). La Via del Bodhisattva è autentica quando è priva di spirito di attaccamento, dalla prima all’ultima delle Sei Paramita. Dal dono (dana), che è veramente tale quando non attende alcuna ricompensa, alla più alta saggezza (prajna), che è altrettanto senza scopo, totale abbandono di sé (e dell’idea di un sé eterno ed indipendente).

La meditazione nel quotidiano

Sottolineare come lo spirito di profitto sia assente da una autentica pratica del Dharma non significa però dire che una costante pratica della meditazione non possa apportare dei benefici profondi e duraturi nella vita delle persone. Gli insegnamenti del Buddha e dei Maestri sono anzi indirizzati alla felicità e alla pace per tutti gli esseri, sotto ogni aspetto.
Ha scritto S.S. il Dalai Lama: “noto che invecchiando (ha 70 anni) la mia mente sta diventando più calma, nonostante siano più seri molti dei problemi che devo fronteggiare (..). Il risultato della mente più calma è che io sono più felice (..). Ciò è sicuramente il risultato della meditazione”.
La meditazione è sempre più oggetto di studio da parte della psicologia e della neurologia. Dalle osservazioni di laboratorio (EEG ecc.) è stato rilevato che la pratica può procurare uno stato di distensione e di vigilanza, nonché una grande capacità di ritorno ad una condizione normale in una mente disturbata da situazioni di stress anche violenti. Non si crea però insensibilità, anzi vengono affinate le capacità ricettive.

EEG su un meditante
Studi effettuati presso l’Università del Wisconsin dimostrano che “la meditazione consapevole rafforza i circuiti neurologici che calmano la parte del cervello che innesca la paura e la rabbia” (New York Times, 2003).
Afferma ancora S.S. il Dalai Lama: “la maggior parte della sofferenza nella nostra vita non è provocata da cause esterne ma da eventi interni, quali il sorgere di emozioni che ci turbano. Il miglior antidoto a questa irruzione è quello di migliorare la nostra abilità di controllare queste emozioni (..). Lo sviluppo materiale contribuisce certamente alla felicità – fino a un certo punto – e ad avere un tipo di vita comodo. Ma questo non è sufficiente. Per raggiungere un più profondo livello di felicità non possiamo dimenticare il nostro sviluppo interiore”.
D’altra parte, la pratica della Via non è qualcosa di separato dalla vita quotidiana, come un passatempo che si aggiunge agli impegni di lavoro, alla vita di relazione, alle attività ripetitive di tutti i giorni. La pratica è anzi l’abbandono di questa opposizione: ogni gesto quotidiano diviene occasione per esercitare concentrazione e saggezza, ogni momento può essere espressione della Via.
Un giorno un discepolo chiese al M° Joshu: “Qual è il senso sacro del buddhismo?” Joshu rispose: “Hai fatto colazione? – Sì, Maestro! – Allora vai a lavare la tua ciotola”.

Corpo/mente nelle altre Tradizioni

Nulla di diverso si ritrova nelle altre tradizioni religiose, tenendo certamente conto dei differenti percorsi culturali, teologici, linguistici, dei diversi approcci di metodo e visione, della insuperabile storicità delle forme attraverso cui l’esperienza religiosa originaria diviene manifesta.
Forme di “proto-meditazione”, di tecniche “estatiche”, fanno da sempre parte dei culti misterici (si pensi alla Grecia classica) e dei riti sciamanici asiatici, africani, americani.
Nel testo più noto e più amato dell’induismo, la “Bhagavad-gita” (il “Canto del Beato”), il dio Krisna insegna al guerriero Arjuna: “Per praticare lo yoga occorre andare in un luogo appartato e preparare uno strato di erba kusa sul terreno (..). Lo yogi deve sedersi immobile e praticare lo yoga, controllando la mente e i sensi, purificando il cuore e fissando la mente su un unico punto” (VI, 11-12).
Similmente, secondo lo Yoga classico di Patanjali (II – III sec. d.C.), “la mancanza di consapevolezza della Realtà, il senso dell’io-sono, le attrazioni e le repulsioni verso gli oggetti e il forte attaccamento alla vita sono le grandi afflizioni o cause di tutte le miserie nella vita” (Yogasutra, II,3). Ma “dal praticare gli esercizi componenti lo yoga (..) sorge l’illuminazione spirituale che evolve nella consapevolezza della Realtà” (II,28).
Secondo C. Lamparelli (in “Tecniche della meditazione orientale”) “nel N.T. l’atteggiamento critico di Gesù nei confronti del fariseismo indica il rifiuto di una religiosità formale ed esteriore ed è un invito a cercare Dio nella nostra interiorità”. Lo dimostra l’episodio di Marta e Maria in Luca 10, 38-42, laddove è chiaramente riaffermata l’importanza della via meditativa.
In quest’ottica, la preghiera non è più un mezzo per chiedere qualcosa, ma diviene vera meditazione, come è evidente nella tradizione monastica dei Padri del Deserto del III – IV secolo. “Quando la mente non è più dispersa nelle cose esterne – dirà Basilio – allora essa ritorna in sé; e per mezzo di se stessa ascende al pensiero di Dio”.
Nella tradizione cristiana orientale dell’esicasmo (dal greco hesychìa = pace, silenzio, e anche essere seduto - XIV sec.) molti insegnamenti riguardano anche la posizione e la respirazione da adottare durante l’orazione (la preghiera del cuore). La postura ha la funzione di armonizzare coscientemente il flusso delle energie fisiche con quelle divine: “Mettiti seduto in una celletta silenziosa, (..) appoggia la barba contro il petto, volgi gli occhi e tutta la tua attenzione sul punto centrale del ventre, sul tuo ombelico, controlla la respirazione in maniera da non respirare nel consueto modo, scruta con la mente l’interiore delle tue viscere cercando il posto del cuore, soggiorno preferito dalle potenze dell’anima” (Niceforo il Solitario).
Meister Eckhart, monaco domenicano (1260-1328), è forse il punto di maggior contatto tra Oriente e Occidente dal punto di vista della pratica spirituale. Per lui, se vogliamo ritrovare la nostra origine, dobbiamo fare di noi stessi il nulla, poiché tutte le cose hanno origine nel nulla (cfr. la vacuità in Nagarjuna e nel buddhismo mahayana). “Essere vuoto d’ogni creatura significa essere pieno di Dio”. La meditazione per Maestro Eckhart è lo spirito distaccato, lo spirito vuoto che attira a sé la trascendenza, a differenza dello spirito che prega, che veglia, che digiuna, e che quindi desidera ancora qualcosa, divenendo come uno dei mercanti che Gesù cacciò dal Tempio.
Ignazio di Loyola, negli “Esercizi spirituali” (1535), dice che ad ogni “respiro si deve pregare mentalmente dicendo una parola del Pater Noster (..) in maniera che soltanto una parola sia detta fra un anelito e l’altro, e intanto (..) si pensi principalmente al significato di tale parola..”
Massimi artefici della meditazione cristiana sono poi Teresa d’Avila e Giovanni della Croce (XVI sec.), molte parole del quale riecheggiano lo spirito mushotoku dello Zen: “In questa nudità lo spirito trova il suo riposo poiché non desiderando niente, niente lo appesantisce nella sua ascesa verso l’alto e niente lo spinge verso il basso (..). Quando invece desidera qualche cosa, proprio in essa si affatica” (“Salita del Monte Carmelo”, I, 13).
Molto ancora si dovrebbe dire della tradizione meditativa nel cristianesimo: nomi come Evagrio Pontico, Agostino, Francesco d’Assisi; testi come la “Nube della non-conoscenza”, la “Filocalia”, la ”Imitazione di Cristo”…
Le danze dei Dervisci
Ed altrettanto andrebbe detto sulla meditazione nell’Ebraismo (il profetismo dell’A.T., la Qabbalah..), nell’Islam (la mistica dei Sufi, le danze estatiche dei Dervisci..), nel Taoismo della Cina di Lao-tsu e degli Otto Immmortali, nel Tibet pre-buddhista della religione Bon...
Ma quanto sopra accennato non va comunque visto nella direzione di un sincretismo che non tenga conto (come in certi approcci “New Age”) delle specificità delle grandi tradizioni spirituali.
Il rischio del sincretismo è stato sottolineato, da parte cristiana, nella Lettera ai Vescovi su “Alcuni aspetti della meditazione cristana” del 1989, a firma dell’allora Card. J. Ratzinger. Qui, la preghiera come meditazione è definita un “dialogo personale (..) tra l’uomo e Dio”, che “rifugge da tecniche impersonali o incentrate sull’io, capaci di produrre automatismi nei quali l’orante resta prigioniero di uno spiritualismo intimista” (p. 4-5). Con la diffusione delle metodiche orientali, è detto, il mondo cristiano si trova di fronte al tentativo di “fondere la meditazione cristiana con quella non cristiana”, col rischio di cadere in “un pernicioso sincretismo” (p. 12).
Similmente, anche se in termini diversi, molte volte il Dalai Lama, in scritti e discorsi, ha espresso la convinzione che “si debba rimanere fedeli alla religione della propria cultura e delle proprie origini”. “Se siete cristiani – ha detto nel 1994 – è meglio che vi sviluppiate spiritualmente all’interno della vostra religione, e siate buoni cristiani, veri cristiani. Se siete buddhisti, siate veri buddhisti. Non una cosa a metà! Questo può soltanto creare confusione nella vostra mente”.
Il riconoscimento della specificità di ogni tradizione, delle loro diversità, non produce divisioni. Anzi, può essere fonte di arricchimento reciproco e di vero dialogo, ma solo se sorretto da una sincera pratica e non fondato sul dogmatismo.
Ha scritto Padre Laurence Freeman, benedettino: “il serio esercizio del silenzio interiore e della tranquillità (..) ci consente di restare profondamente radicati nel terreno della nostra tradizione, mentre protendiamo i nostri rami verso l’esterno e verso l’alto”.

Può sembrare un paradosso, ma forse il vero dialogo avviene nel silenzio. Nella meditazione, che è silenzio del corpo, della parola e della mente, ed al quale occorre tornare, semplicemente seduti nel qui ed ora.


m. Mauro Ton Ko, gennaio 2006

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