giovedì 23 marzo 2017

La religione, le religioni e il terrore

Quale temporaneo sollievo alle analisi delle motivazioni ‘religiose’ del ‘terrorismo’ che ci stanno arrivando in queste ore dalle pagine dei giornali e, in TV, da quelle brevi pause urlate tra un break pubblicitario e l’altro dette talk show, propongo la lettura di uno scritto di René Guénon su religione e religioni.

Il testo è stato tratto dai siti:
http://www.tradizioneiniziatica.org/la_religione_e_le_religioni.htm e http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/reneguenon/relitradi.htm



Ha scritto Guénon (le sottolineature sono mie):

 ‘Onorate la Religione, diffidate delle religioni’: è questa una delle massime principali che il Taoismo ha inscritto sulla porta di tutti i suoi templi; e tale tesi (che d’altronde è stata sviluppata in questa Rivista anche dal nostro Maestro e collaboratore Matgioi) non è affatto specifica della metafisica estremo-orientale, ma si deduce immediatamente anche dagli insegnamenti della Gnosi pura che esclude qualunque spirito settario o di sistema, dunque qualunque tendenza all’individualizzazione della Dottrina.
Se la Religione è necessariamente una come la Verità, le religioni non possono essere altro che delle deviazioni dalla Dottrina primordiale; e non si devono affatto confondere con lo stesso Albero della Tradizione i vegetali parassiti, antichi o recenti, che si allacciano al suo tronco, e che, vivendo completamente della sua stessa sostanza, si sforzano di soffocarlo: sforzi vani, perché delle modificazioni temporanee non possono intaccare per nulla la Verità immutabile ed eterna.
Da questo, risulta evidentemente che non può essere accordata alcuna autorità a nessun sistema religioso che derivi da uno o più individui, poiché, dinnanzi alla Dottrina vera ed impersonale, gli individui non esistono affatto; e, con questo, si comprende anche tutta l’inanità di questa domanda, posta tuttavia così sovente: "Le circostanze della vita dei fondatori di religioni, così come ci sono state riportate, devono essere considerate come dei fatti storici reali, o come delle semplici leggende aventi un carattere puramente simbolico?".
Che si siano introdotte nel racconto della vita del fondatore, vero o presunto, di tale o talaltra religione, delle circostanze che primitivamente erano dei puri simboli, e che in seguito sono state prese per dei fatti storici da parte di coloro che ne ignoravano il significato, questo è del tutto verosimile, e persino probabile in più di un caso. È ugualmente possibile, è vero, che delle simili circostanze si siano talvolta verificate, nel corso dell’esistenza di certi esseri aventi una natura del tutto speciale, così come ce l’hanno i Messia o i Salvatori; ma questo c’importa poco, perché non toglie nulla al loro valore simbolico, il quale deriva da tutt’altra cosa che dei semplici fatti materiali.
Diremo di più: l’esistenza stessa di tali esseri, considerati nella loro apparenza individuale, dev’essere anch’essa considerata come simbolica. "il Verbo si è fatto carne", dice il Vangelo di Giovanni; e dire che il Verbo, manifestandosi, si è fatto carne, significa dire che si è materializzato, o, per esprimersi in modo più generale ed allo stesso tempo più esatto, ch’esso si è in qualche modo cristallizzato nella forma; e la cristallizzazione del Verbo, è il Simbolo. Così, la manifestazione del Verbo, a qualunque grado e sotto qualunque aspetto essa sia considerata in rapporto a noi, vale a dire dal punto di vista individuale, è un puro simbolo; le individualità che rappresentano per noi il Verbo, ch’esse siano o meno dei personaggi storici, sono tutte simboliche in quanto esse manifestano un principio, ed è solo il principio che conta.
Non dobbiamo dunque per nulla preoccuparci della storia delle religioni, il che d’altronde non vuol affatto dire che questa scienza non abbia altrettanto interesse relativo così come qualunque altra; ci è persino permesso, ma da un punto di vista che non ha nulla di gnostico, di augurarci ch’essa un giorno realizzi dei progressi più autentici di quelli che hanno fatto la reputazione, forse insufficientemente giustificata, di alcuni dei suoi rappresentanti, e che si sbarazzi prontamente di tutte le ipotesi troppo fantasiose, per non dire fantastiche, di cui l’hanno ingombrata degli esegeti male accorti. Ma non è affatto qui il caso d’insistere su questo argomento, che, non ci stancheremo di ripeterlo, è del tutto al di fuori della Dottrina e non potrebbe riguardarla in nessun modo, perché si tratta di una semplice questione di fatti, e, davanti alla Dottrina, non esiste nient’altro che l’idea pura.
Se le religioni, indipendentemente dal problema della loro origine, appaiono come delle deviazioni della Religione, ci si deve domandare che cosa questa sia nella sua essenza.
Etimologicamente, la parola Religione, derivando da religare, rilegare, implica un’idea di legame, e, di conseguenza, di unione. Dunque, ponendoci nel dominio esclusivamente metafisico, il solo che c’importi, possiamo dire che la Religione consiste essenzialmente nell’unione dell’individuo con gli stati superiori del suo essere, e, attraverso questi, con lo Spirito Universale, unione mediante la quale scompare l’individualità, così come ogni altra distinzione illusoria; ed essa, di conseguenza, comprende anche i mezzi per realizzare questa unione, mezzi che ci sono stati insegnati dai Saggi che ci hanno preceduto nella Via.
Questo significato è precisamente quello che ha in sanscrito la parola Yoga, checché pretendano coloro secondo i quali tale parola designerebbe sia ‘una filosofia’ sia ‘un metodo di sviluppo dei poteri latenti dell’organismo umano’.
La Religione, sottolineiamolo, è l’unione con il Sé interiore, che è a sua volta uno con lo Spirito Universale, ed essa non pretende affatto di ricollegarci ad un qualche essere esterno rispetto a noi, e quindi necessariamente illusorio nella misura in cui fosse considerato come esterno. A fortiori essa non è affatto un legame fra degli individui umani, cosa che avrebbe ragion d’essere solo nel dominio sociale; quest’ultimo caso, di contro, è quello della maggior parte delle religioni, che hanno come principale preoccupazione quella di predicare una morale, vale a dire una Legge che gli uomini devono osservare per vivere in società. In effetti, se si scarta ogni considerazione mistica o semplicemente sentimentale, e a questo che si riduce la morale, la quale non avrebbe alcun senso al di fuori della vita sociale, e che si deve modificare assieme alle condizioni di quella. Se dunque le religioni possono avere, e certamente hanno, infatti, la loro utilità da tale punto di vista, esse avrebbero dovuto limitarsi a questo ruolo sociale, senza avanzare alcuna pretesa dottrinale; ma, malauguratamente, le cose sono andate in modo del tutto diverso, almeno in Occidente.


Diciamo in Occidente, perché, in Oriente, non poteva prodursi nessuna confusione fra i due domini metafisico e sociale (o morale), che sono profondamente separati, di modo tale che non e possibile nessuna azione dell’uno sull’altro; e, in effetti, non vi si può trovare nulla che corrisponda, anche solo approssimativamente, a quel che gli Occidentali definiscono come una religione. Al contrario, la Religione, così come l’abbiamo definita, vi è onorata e praticata costantemente, mentre, nell’Occidente moderno, la stragrande maggioranza la ignora perfettamente, e non ne suppone neanche l’esistenza, forse neppure la possibilità.
Senza dubbio ci si obbietterà che tuttavia il Buddismo è qualcosa di analogo alle religioni occidentali, ed è vero che è quel che vi si avvicina di più (ed e forse per questo che taluni studiosi vogliono vedere, in Oriente, del Buddismo un po’ dappertutto, persino dove non ne è presente la benché minima traccia); ma ne è ancora molto lontano, e i filosofi o gli storici che l’hanno mostrato sotto tale aspetto l’hanno singolarmente sfigurato. Esso non è più deista che ateo, non più panteista che nichilista, nel senso che queste denominazioni hanno preso nella filosofia moderna, e che è anche quello in cui le hanno utilizzate degli individui che hanno preteso interpretare e discutere delle teorie ch’essi ignoravano. D’altra parte, non diciamo questo per riabilitare oltre misura il Buddismo, che è un’eresia manifesta (soprattutto nella sua forma originale, ch’esso ha conservato solo in India, perché le razze gialle l’hanno a tal punto trasformato che lo si riconosce appena) poiché rigetta l’autorità della Tradizione ortodossa, allo stesso tempo in cui permette l’introduzione di certe considerazioni sentimentali nella Dottrina. Ma bisogna riconoscere ch’esso almeno non arriva fino al punto di porre un Essere Supremo esteriore rispetto a noi, errore (nel senso di illusione) che ha dato nascita alla concezione antropomorfica, che non ha tardato a divenire persino del tutto materialistica, e dalla quale derivano tutte le religioni occidentali.
D’altra parte, non ci si deve illudere riguardo al carattere, per nulla religioso malgrado le apparenze, di certi riti esteriori, che si collegano strettamente alle istituzioni sociali; diciamo riti esteriori, per distinguerli dai riti iniziatici, che sono tutt’altra cosa. Questi riti esteriori, per il fatto stesso ch’essi sono sociali, non possono essere affatto religiosi, quale che sia il senso che si dà a questa parola (a meno che non si voglia con ciò dire ch’essi costituiscono un legame fra degli individui), e non appartengono ad alcuna setta ad esclusione di altre; ma sono inerenti all’organizzazione della società, e tutti i membri di questa vi partecipano, a qualunque organizzazione esoterica essi possano appartenere, così come nel caso che essi non appartengano a nessuna. Quali esempi di questi riti di carattere sociale (come le religioni, ma totalmente differenti da esse, come si può giudicare comparando i risultati degli uni e delle altre nelle organizzazioni sociali corrispondenti), possiamo citare, in Cina, quelli il cui insieme costituisce ciò che si chiama Confucianesimo, che non ha nulla di una religione.
Aggiungiamo che si potrebbero ritrovare le tracce di qualcosa di questo genere nella stessa antichità greco-romana, nella quale ciascun popolo, ciascuna tribù, e persino ciascuna città, aveva i propri riti particolari, in rapporto con le proprie istituzioni, il che non impediva affatto che un uomo potesse praticare successivamente dei riti assai diversi, secondo i costumi dei luoghi nei quali si trovava, e questo senza che nessuno se ne meravigliasse minimamente. Non sarebbe stato cosi, se tali riti avessero costituito una sorta di religione di Stato, la cui sola idea sarebbe stata senza dubbio un nonsenso per un uomo di quell’epoca, come lo sarebbe ancor oggi per un Orientale, e soprattutto per un Estremo-Orientale.

Un ottimo testo di René Guénon

È facile così accorgersi come gli Occidentali moderni deformino le cose che sono loro estranee, allorché le considerano attraverso la mentalità a loro propria; si deve tuttavia riconoscere, e questo li giustifica almeno fino ad un certo punto, che è assai difficile per degli individui sbarazzarsi dei pregiudizi di cui la loro razza si è imbevuta da molti secoli. Così non è tanto agli individui che si deve rimproverare lo stato attuale delle cose, bensì ai fattori che hanno contribuito a creare la mentalità della razza; e, fra questi fattori, sembra proprio che si debba assegnare il primo posto alle religioni: la loro utilità sociale, sicuramente incontestabile, è sufficiente a compensare questo inconveniente intellettuale?